Vivere scrivendo… per trattenere chi se ne va

writing-828911_960_720Ci sono ferite che ti restano dentro, e tu sei lì a chiederti perché la vita abbia deciso di prenderti a schiaffi, di buttare all’aria ogni tua certezza. A volte il tempo sembra allungarsi, e nella sua estensione, appare sempre uguale. Ti lasci cullare dall’illusione che nulla cambierà, che i giorni che verranno saranno sempre migliori, ma poi arriva il momento in cui sai che avresti dovuto dare retta a Eraclito: Panta Rei. Perché tutto scorre, a costo di travolgere il tuo mondo, tutto cambia, e non c’è modo di sottrarsi. Quello che conta, allora, è avere un’ancora di salvezza. La vita è un uragano, ti devasta e incurante si porta via pezzi di te che hai sempre dato per scontato. Ti sbatte sulle onde come fa un mare in tempesta con una barca alla deriva, fatta solo di legno. E a volte è proprio così che ti senti, una fragile barca che si aggrappa ad un equilibrio precario, quasi sempre sul punto di rovesciarsi.

Poi analizzi la tua vita, torni a ritroso nel tempo e ti rendi conto che forse chi diceva che eri forte aveva ragione. Sei riuscita a superare situazioni che avrebbero potuto spezzarti, oscurarti l’anima, situazioni che invece ti hanno solo piegato. Ma avevi la tua ancora a cui aggrapparti. Certo, ti hanno anche sottratto sorrisi, regalato notti tormentate, portato quasi a credere che il domani avrebbe avuto un sapore diverso. Eppure sì, sei stata forte. Magari non abbastanza, magari a volte in modo più consapevole di altre, magari tra una lacrima asciugata di nascosto e un sorriso forzato. Sei stata forte, anche a costo di perdere te stessa in certi giorni, in certi momenti. Anche a costo di smarrirti nella angosciosa sequela di ricordi che, vigliacchi, ti aggredivano senza scampo.

Sei stata forte. Come quando hai visto tua madre ammalarsi di cancro e vissuto sulla tua pelle la disperazione della persona che ti ha messo al mondo e hai visto l’alieno – come lo chiamava la Fallaci a ragion veduta – consumarla giorno dopo giorno, trasformarla. Come quando l’hai sentita piangere – proprio tua madre che non lo faceva mai – e hai toccato la sua spalla che sussultava, realizzando all’improvviso tutta la fragilità di un animo fino a quel momento pieno di grinta e di coraggio. E allora, per non affondare, hai fatto l’unica cosa che ti veniva naturale sin dalle scuole medie: hai impugnato la tua penna preferita – una bic blu – e hai cominciato a riempire pagine e pagine di quaderni, liberando il cuore da quelle parole che chiedevano solo di uscire.

E forte lo eri davvero, a quel punto. Forte ti ci sentivi. Forte dovevi esserlo quando, ad ogni risveglio, il ricordo della malattia di tua madre ti scavava un buco dentro e dovevi trovare la voglia di alzarti per sorreggerla. Forte come quando la speranza si insinuava in te, lasciandoti credere che avrebbe potuto farcela, e poi all’improvviso la spietata lucidità e il senso della realtà che ti si era appiccato addosso, ti aggredivano, obbligandoti a considerare l’eventualità opposta perché storie di vite spezzate, interrotte, dove non c’era spazio per il domani, le vivevi ogni volta che accompagnavi tua madre e ve ne stavate sedute vicine, in silenzio, in quel corridoio del reparto oncologico di un vecchio e sgarrupato ospedale di provincia, con il cuore gonfio di paura e nella borsa solo il tuo blocco per gli appunti. Perché quello era l’unico modo che conoscevi, per essere forte. Per difenderti dalla vita e dalle sue aggressioni. E che ancora conosci. Scrivere, per sopravvivere al dolore.

Dopo anni poi, un giorno qualunque, di un’estate qualunque, ti capita di rimettere in ordine alcuni scatoloni, reduci stanchi dell’ennesimo trasloco da una parte all’altra del mondo. E spulciando tra vecchi articoli di giornali che hai scritto, souvenir della tua esperienza di vita americana, una spilletta in argento con la bandiera a stelle e strisce, cartoline spiegazzate e pendrive che contengono tutti i tuoi scritti, afferri un blocco di fogli tenuti con un elastico, ricoperti da un cartoncino arancione. Ti chiedi che cosa sia e perché sia lì, tra le tue cose. Lo apri, sfogli convulsamente quelle pagine di cui ti eri dimenticata.

Ma come ho fatto? Pensi. Come ho potuto dimenticarmene? E poi comprendi che, se hai rimosso, è perché faceva troppo male. Leggi le parole sui fogli bianchi, sottolineate, cancellate, corrette, le assorbi completamente in te.

Mamma, pensi con un nodo in gola. Sei tu, sei proprio tu.

Tra quelle pagine c’è l’anima di tua madre, che il cancro si è portata via anni prima, e una scrittura che stenti a riconoscere come tua ma che sai ti appartiene più di ogni altra cosa. E sai anche che non la lascerai più andare, che il tempo in fondo è un gran dottore e tutto può. Anche guarire il dolore e trasformarlo in una struggente malinconia mentre ti ritrovi, un giorno per caso, a editare quel vecchio manoscritto, decisa a pubblicarlo, nella casa in cui sei cresciuta. E il cuore ti si gonfia, di ricordi, di attimi dimenticati e rievocati.

E allora sorridi perché sì, la vita può essere dura, può toglierti le persone che ami, ma quando hai carta e penna con te, quando trovi il coraggio di raccontare, di raccontarti, allora quelle persone non se ne vanno. Le senti vivere e loro restano. Restano sempre e per sempre.

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